L’infanzia uccisa dai giocattoli

articolo de "il sole 24 ore"

Articolo di Walter Benjamin

Scervellarsi pedantescamente per realizzare prodotti – siano essi immagini, giocattoli o libri – adatti ai bambini è folle. Fin dall'Illuminismo questa è una delle fissazioni più ammuffite dei pedagoghi. Totalmente infatuati per la psicologia, non si accorgono che il mondo è pieno di cose che sono oggetto di interesse e di cimento per i bambini; e si tratta delle più azzeccate.

I bambini sono fondamentalmente portati a frequentare i luoghi dove si lavora, dove in modo evidente si opera sulle cose. Sono attratti irresistibilmente dai materiali di scarto che si producono in officina, nelle attività domestiche o lavorando in giardino, nelle sartorie e nelle falegnamerie. Negli scarti di lavorazione riconoscono il volto che il mondo delle cose rivolge a loro, a loro soli. Con gli scarti di lavorazione i bambini non riproducono le opere degli adulti, tendono piuttosto a porre i vari materiali in un rapporto reciproco nuovo e discontinuo, che viene loro giocando. I bambini, in questo modo, si costruiscono il proprio mondo oggettuale da sé, un piccolo mondo dentro a quello grande. E bisognerebbe avere negli occhi le regole di questo piccolo mondo oggettuale quando si voglia creare qualcosa di appositamente pensato per i bambini e non si preferisca lasciare che sia la propria attività, con tutto quanto vi è in essa di funzionale e di accessorio, a trovarsi da sola la strada verso di loro.

Ingrandimenti Bambino che legge. Il libro lo si riceve dalla biblioteca scolastica. Nelle classi inferiori vengono assegnati. Solo raramente ci si azzarda a esprimere una preferenza. Spesso – invidiosi – capita di vedere finire nelle mani di altri libri che si desiderava ardentemente. Alla fine si riceveva il proprio. Per una settimana si rimaneva prigionieri del turbinio del testo, che, mite e segreto, fitto e incessante, ti avvolgeva come una nevicata. Nel libro si entrava totalmente fiduciosi. Il silenzio del libro invitava a procedere! Il contenuto non era poi così importante. Poiché la lettura apparteneva ancora al tempo in cui, a letto, si inventavano storie per proprio conto. Di queste il bambino segue ancora le tracce mezzo cancellate.

Leggendo si tappa le orecchie, il suo libro giace sempre su un piano troppo alto rispetto a lui e una mano sta sempre su una pagina. Per lui le imprese dell'eroe vanno ancora lette, in quel vortice di lettere, come si leggono figura e messaggio nel turbinio dei fiocchi di neve. Il suo respiro è nell'aria degli eventi e tutte le figure gli alitano in faccia. Lui si mescola ai personaggi molto più dell'adulto. Viene colpito in modo particolare dagli eventi e dalle parole che vi si scambiano, e quando si alza è tutto coperto dalla nevicata di quanto ha letto.

Bambino arrivato in ritardo. L'orologio nel cortile della scuola sembra essersi rotto per colpa sua. Le lancette sono ferme sul "Tardi". E nel corridoio filtra, da dietro le porte delle aule che lui oltrepassa velocemente, un brusio di conciliaboli misteriosi. Maestri e compagni, là dentro, sono tutti d'accordo. Oppure tutto tace, come se si stesse aspettando qualcuno. Il bambino appoggia la mano in modo quasi impercettibile sulla maniglia. Il sole inonda il punto dove lui si trova. E lui, ecco, profana il giorno ancora acerbo e apre. Sente la voce del maestro ciarlare come una ruota di mulino, lui è davanti alla macina. La voce prosegue con lo stesso ritmo, ma ora i garzoni si tolgono il carico di dosso e lo scaricano sul nuovo arrivato: dieci, venti pesanti sacchi gli volano incontro e lui se li deve trascinare fino al proprio banco. Ogni filo del suo cappottino è spolverato di bianco. Come un'anima in pena che a mezzanotte, a ogni passo, fa un gran rumore e nessuno lo vede. Poi, una volta al suo posto, lavora zitto con gli altri fino al suono della campanella. Ma non ne esce nulla di buono.

Bambino goloso. La mano avanza attraverso la fessura della dispensa socchiusa, come un innamorato nella notte. Poi, una volta abituatasi al buio, eccola cercare a tentoni zucchero o mandorle, uva sultanina o conserva. E come l'amante che, prima di baciare la sua amata, l'abbraccia, così il tatto li conosce prima che la bocca ne assapori la dolcezza. Come scivolano insinuanti – nella mano – il miele, i mucchietti di uva passa e persino il riso! Che appassionato l'incontro tra i due, finalmente sfuggiti al cucchiaio! Riconoscente e sfrenata come una fanciulla rapita dalla casa del padre, la gelatina di fragole si concede all'assaggio senza pane e, per così dire, alla luce del sole, e persino il burro ricambia con dolcezza l'audacia di uno spasimante che si è spinto sino alla sua camera di fanciulla. La mano, giovane Don Giovanni, è presto penetrata in ogni anfratto e vano, lasciandosi dietro cataste stillanti e scorte torrenziali: illibatezza che si rinnova senza lamenti.

Bambino sulla giostra. La piattaforma con i servizievoli animali gira raso terra. È dell'altezza giusta dalla quale il sogno di essere in volo riesce meglio. Parte la musica e, a scossoni, il bambino si allontana da sua madre. All'inizio ha paura di lasciare la mamma. Poi però si accorge di quanto lui stesso sia fedele. Troneggia da re devoto sopra un mondo che sente suo. Sulla linea di tangenza, alberi e indigeni fanno ala. Ecco che, a oriente, rispunta la mamma. Poi dalla foresta vergine emerge una vetta così come il bambino l'ha vista già alcuni millenni fa, così come l'ha vista un attimo prima sulla giostra. Il suo animale gli è fedele: come un silente Arione,lui si allontana sul suo pesce muto, un ligneo Giove-toro rapisce lei, candida Europa. Da lungo tempo l'eterno ritorno di tutte le cose è divenuto la sapienza infantile e la vita una primordiale ebbrezza di dominio con l'organetto rimbombante nel mezzo, come tesoro della corona. Se questo suona più lento, lo spazio si mette a balbettare e gli alberi iniziano a tornare in sé. La giostra diventa terreno infido. E spunta la mamma, il palo ben conficcato, intorno a cui il bambino, approdando, avvolge la gomena dei suoi sguardi.

Bambino disordinato. Ogni sasso che trova, ogni fiore che raccoglie e ogni farfalla che cattura sono per lui l'inizio di una collezione, e una sola grande collezione è, ai suoi occhi, tutto ciò che egli comunque possiede. Nel bambino questa passione mostra il suo volto autentico, il severo sguardo da indiano di cui negli antiquari, nei ricercatori e nei bibliofili non resta che un bagliore offuscato e maniacale. Come si affaccia alla vita, egli è già un cacciatore. Caccia gli spiriti, di cui fiuta la traccia nelle cose; tra spiriti e cose gli passano anni interi, durante i quali il suo campo visivo si conserva libero da presenze umane. Gli accade come nei sogni: non conosce nulla di duraturo; le cose gli succedono, crede lui, gli capitano, gli si presentano. I suoi anni di vita nomade sono ore nel bosco dei sogni. Da là trascina a casa il bottino per pulirlo, consolidarlo, liberarlo dagli incantesimi. I suoi cassetti devono trasformarsi in arsenale e serraglio, museo del crimine e cripta. «Mettere in ordine» vorrebbe dire distruggere un edificio pieno di castagne spinose che sono mazze ferrate, cartine di stagnola che sono un tesoro d'argento, cubetti delle costruzioni che sono bare, piantine grasse che sono totem e monetine di rame, scudi di guerrieri. Da un pezzo il bambino aiuta a mettere in ordine l'armadio della biancheria della mamma e la libreria del papà, ma nella sua riserva è ancora ospite nomade e bellicoso.

Bambino nascosto. In casa conosce già tutti i posti dove nascondersi e ci ritorna come in una casa dove si è sicuri di ritrovare tutto come lo si è lasciato. Il cuore gli batte forte, trattiene il fiato. Qui è chiuso dentro il mondo della materia. Esso gli appare distinto in modo straordinario, e lui gli si accosta senza parole. Come uno che stanno per impiccare e che si rende conto di cosa sia il legno e cosa sia la corda. Il bambino che sta dietro le tende diviene a sua volta qualcosa di bianco e svolazzante, un fantasma. Il tavolo da pranzo sotto il quale si è nascosto fa di lui l'idolo ligneo del tempio, dove le gambe intagliate sono le quattro colonne. E dietro una porta è anche lui porta, è coperto da essa, maschera massiccia e, da stregone, lancerà l'incantesimo su tutti quelli che ignari varcheranno la soglia. Per nessuna ragione deve essere scoperto.

Quando fa le boccacce, gli dicono che se l'orologio batterà le ore lui resterà così, per sempre. Quanto ciò sia vero lo capisce nel nascondiglio. Chi lo scopre può farlo rimanere idolo di legno sotto il tavolo, intesserlo per sempre nelle tende come un fantasma, imprigionarlo a vita nella porta massiccia. Per questo, quando viene preso da chi lo stava cercando, fa uscire con uno strillo acuto il demone che l'aveva così tramutato perché non lo trovassero: anzi non aspetta neppure il momento, previene l'altro con un grido di auto-liberazione. Per questo la lotta con il demone non lo stanca mai. La casa è, in essa, l'arsenale delle maschere. Però, una volta l'anno, in angoli misteriosi, nelle sue orbite vuote, nella sua bocca immobile, si celano dei doni. L'esperienza magica si fa scienza. Il bambino, architetto della tetra casa paterna, ne rompe gli incantesimi e cerca uova pasquali.

Il Sole 24 Ore - 16 settembre 2012

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