L’eleganza del Riccio

tratto da “L’eleganza del riccio”di Muriel Barbery

tratto da “L’eleganza del riccio”di Muriel Barbery

 

“Finalmente è finita la pubblicità, e dopo una sigla piena di ragazzoni stravaccati sull’erba si è visto lo stadio con le voci fuo­ricampo dei commentatori, poi un primo piano sui giornalisti (schiavi del cassoulet), poi di nuovo lo stadio. I giocatori sono entrati in campo e da lì la cosa ha cominciato a catturarmi. All’inizio non mi era chiaro, erano le solite immagini di sempre, però mi facevano un effetto nuovo, tipo un pizzicorino, un’attesa, un “trattengo il respiro”. […]Io trattenevo il respiro. «Che succede?» mi chiedevo guardando lo schermo, e non riu­scivo a capire cosa ci vedessi di tanto stuzzicante.

Quando i giocatori neozelandesi hanno cominciato il loro haka, ho capito. Tra loro c’era un maori, alto e giovanissimo. Era stato lui ad attirare il mio sguardo fin da subito, all’inizio senz’altro per la sua altezza, ma poi per il suo modo di muoversi. Un movi­mento stranissimo, molto fluido, ma soprattutto molto concen­trato, intendo concentrato su sé stesso. La maggior parte della gente, quando si muove, beh, si muove in funzione di ciò che ha intorno. Proprio in questo momento, mentre sto scrivendo, c'è Constitution che passa strusciando la pancia per terra. Questa gatta non ha nessun progetto di vita concreto, eppure si dirige verso qualcosa, una poltrona probabilmente. E lo si vede dal modo in cui si muove: lei va verso. Ecco la mamma che passa avviandosi alla porta, esce a fare spese e di fatto è già fuori, il suo movimento si anticipa da sé. Non so bene come spiegare, ma durante lo spostamento il movimento verso in qualche modo ci disgrega: siamo qui e allo stesso tempo non siamo qui perché stiamo già andando altrove, non so se rendo l’idea. Per smettere di disgregarsi bisogna stare fermi. O ti muovi e non sei più intero, o sei intero e non ti puoi muovere. Ma quel giocatore, appena l’ho visto entrare in campo, ho sentito subito che era diverso: la sen­sazione di vederlo muoversi, proprio così, pur restando fermo. Assurdo, vero? Quando è cominciato l'haka ho guardato soprat­tutto lui. Si vedeva che non era come gli altri. Infatti Cassoulet n° 1 ha detto: «E Somu, il temibile trequarti neozelandese, sempre molto impressionante con quel fisico da colosso; due metri e sette centimetri, centodiciotto chili, cento metri in undici secondi. Un bel bambino, signora!».Tutti erano ipnotizzati da lui, ma sem­brava che nessuno capisse esattamente perché. Eppure è risul­tato subito chiaro durante l’haka: lui si muoveva, faceva le stesse mosse degli altri (battere il palmo delle mani sulle cosce, pestare per terra a ritmo, toccarsi i gomiti, il tutto guardando l'avversario dritto negli occhi con un'aria da guerriero nervoso), ma mentre i gesti degli altri andavano verso gli avversari e verso tutto lo stadio che li guardava, i gesti di questo giocatore rimanevano in lui, rimanevano concentrati su di sé, e questo gli dava una pre­senza, un'intensità incredibili. E così l’haka, che è un canto guer­riero, si caricava di una potenza straordinaria. La forza di un soldato non sta nell’energia che impiega per intimidire l’avver­sario inviando un mucchio di segnali, ma nella capacità di con­centrare in sé la forza focalizzandosi su sé stesso. Il giocatore maori si trasformava in un albero, una quercia enorme, indistrut­tibile, con radici profonde, un irraggiamento potente, e tutti lo sentivano. Eppure avevamo la certezza che la grande quercia avrebbe anche potuto volare, che sarebbe stata veloce come il vento, malgrado o grazie alle sue profonde radici.

E così ho guardato la partita con attenzione, cercando sempre la stessa cosa: momenti compatti in cui un giocatore diventasse tutt’uno con il suo movimento, senza bisogno di frammentarsi diri­gendosiverso. E ne ho visti! Ne ho visti in tutte le fasi del gioco:  nelle mischie, con un baricentro ben visibile, un giocatore metteva radici e diventava una piccola ancora solida per dare forza al gruppo; nelle fasi di spiegamento, un altro giocatore trovava la giusta velocità, smettendola di pensare alla meta e concentran­dosi sul suo movimento, e correva come in stato di grazia, la palla incollata al corpo; l’estasi dei trequarti, che si tagliavano fuori dal resto del mondo per trovare il perfetto movimento del piede. Eppure nessuno raggiungeva la perfezione del grande giocatore maori. Quando ha segnato la prima meta neozelandese papà è rimasto come inebetito, a bocca aperta, tanto da dimenticarsi la birra. Visto che tifava per la Francia si sarebbe dovuto arrabbiare, e invece ha detto: «Che giocatore!» passandosi una mano sulla fronte. I commentatori avevano la bocca impastata, ma non riu­scivano a nascondere che stavamo assistendo a qualcosa di veramente bello: un giocatore che correva senza muoversi, lasciandosi tutti alle spalle. E gli altri parevano muoversi in modo frenetico e maldestro, eppure non erano in grado di raggiungerlo.”

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