La scimmia

Erri De Luca

Andò così la prima volta che salii al balcone.

Dal finestrino a pianoterra del cortile dove abitavo,

il pomeriggio guardavo il gioco dei più grandi.

Il pallone calciato male schizzò in alto e finì sul terrazzino

di quel primo piano. Era perduto, un superflex paravinil un po’ sgonfio per l’uso.

Mentre bisticciavano sul guaio mi affacciai e chiesi se mi facevano giocare

con loro. Sì, se ci compri un altro pallone. No, con quello, risposi.

Incuriositi accettarono. Mi arrampicai lungo un tubo dell’acqua, discendente, che passava accanto al terrazzino e proseguiva in cima. Era piccolo e fissato al muro del cortile

con dei morsetti arrugginiti. Cominciai a salire, il tubo era coperto da polvere,

la presa era meno sicura di quello che mi ero immaginato.

Mi ero impegnato, ormai. Guardai in su: dietro i vetri di una finestra del

terzo piano c’era lei, la bambina che cercavo di sbirciare. Era al suo posto, la

testa appoggiata sulle mani. Di solito guardava il cielo, in quel momento no,

guardava giù. Dovevo continuare e continuai. Per un bambino cinque metri sono un

precipizio. Scalai il tubo puntando i piedi sui morsetti fino all’altezza del terrazzino.

Sotto di me si erano azzittiti i commenti.

Allungai la mano sinistra per arrivare alla ringhiera di ferro, mi mancava

un palmo. In quel punto dovevo fidarmi dei piedi e stendere il braccio che

teneva il tubo. Decisi di farlo di slancio e ci arrivai con la sinistra. Ora dovevo

portarci la destra. Strinsi forte la presa sul ferro del terrazzo e buttai la destra

ad afferrare. Persi l’appoggio dei piedi: le mani ressero per un momento il

corpo nel vuoto, poi subito un ginocchio, poi due piedi e scavalcai.

Com’è che non avevo avuto paura? Capii che la mia paura era timida, per

uscire allo scoperto aveva bisogno di stare da sola. Lì invece c’erano gli occhi

dei bambini sotto e quelli di lei sopra. La mia paura si vergognava di uscire. Si

sarebbe vendicata dopo, la sera al buio nel letto, col fruscìo dei fantasmi nel

vuoto. Buttai il pallone di sotto, ripresero a giocare senza badare a me.

La discesa era più facile, potevo stendere la mano verso il tubo contando su

due buoni appoggi per i piedi sul bordo del terrazzino. Prima di allungarmi

verso il tubo guardai veloce al terzo piano. Mi ero offerto all’impresa per desiderio

che si accorgesse di me, minuscolo scopettino da cortile. Era lì con gli

occhi sbarrati, prima che potessi azzardare un sorriso era scomparsa.

Stupido a guardare se lei stava guardando. Bisognava crederci senza controllare,

come si fa con gli angeli custodi. Mi arrabbiai con me buttandomi

lungo il tubo in discesa per togliermi da quel palcoscenico.

Sotto mi aspettava il premio, l’ammissione al gioco. Mi misero in porta e

fu così deciso il mio ruolo, sarei diventato portiere.

Da quel giorno mi chiamarono «’a scigna», la scimmia. Mi tuffavo in mezzo

ai loro piedi per afferrare la palla e salvare la porta. Il portiere è l’ultima

difesa, dev’essere l’eroe della trincea. Prendevo calci sulle mani, in faccia, non

piangevo. Ero fiero di giocare coi più grandi.

 

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