Il privilegio di insegnare

di Patrizia Ciava

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Il privilegio d'insegnare di Patrizia Ciava

 

articolo tratto da OrizzonteScuola.it

 

Sono un'insegnante e mi considero una privilegiata. Effettivamente credo che non esista privilegio più grande del poter contribuire alla crescita e alla formazione di un individuo.

Da molto tempo ormai vige l'opinione diffusa, sapientemente alimentata dai mass media, che gli insegnanti siano dei professionisti frustrati e irrealizzati che riversano la loro insoddisfazione sugli studenti. Laureati disoccupati che hanno “ripiegato” sull'insegnamento in mancanza di altre opportunità. Nulla di più falso, la maggior parte degli insegnanti ama il proprio lavoro e lo fa con una passione e una dedizione difficilmente riscontrabili in altri lavoratori.

Perché, mi chiederete, visto che lo stipendio non è certo dei più allettanti? In una società in cui il prestigio e il successo sociale si misurano in soldoni, riesce difficile immaginare come si possano trovare altre forme di gratificazione.

Eppure credo che quasi tutti abbiano desiderato in un certo momento della loro vita, magari senza confessarlo apertamente, essere uno di quei rari educatori che riescono ad imprimere un ricordo positivo e duraturo nella mente dei loro allievi, che riescono a trasmettere non solo nozioni ma soprattutto valori, insegnamenti in grado di aiutare i ragazzi a maturare e a diventare adulti responsabili.

Chi non si è commosso guardando “Goodbye Mr Chips” e tanti altri film memorabili che ritraggono gli insegnanti che tutti avremmo voluto avere o che tutti avremmo desiderato essere?

Chi non ha sognato, almeno per un attimo, di essere il professor Keating de “L'attimo fuggente” e ricevere una simile manifestazione di gratitudine da parte degli studenti: “Capitano, mio capitano! Se sarò cosciente di questa vita che scorre, caro professor Keating lo devo a Lei, mio capitano. Le Sue parole sono state per me come due ali per capire quanto una poesia può essere importante. Non c'è parola che riesca a descrivere la sua testarda fantasia e libertà nelle sue lezioni di letteratura. Come dice sempre Lei, professore, Carpe Diem, sì, ho osato, ho scoperto la bellezza della sensibilità e il suo insegnamento vivrà per sempre dentro di me.”

Un docente appassionato può rappresentare un modello, una guida e un supporto per gli studenti, e questi film ci ricordano quanto può essere fondamentale il suo ruolo nella fase cruciale dell'adolescenza. Chi sceglie la professione di insegnante ne è consapevole e insegue questo tipo di gratificazione, ambisce ad una affermazione intima che non ha riscontri evidenti, prestigiosi o altisonanti ma che regala emozioni fortissime.

Molti si chiedono perché docenti con anni di esperienza alle spalle debbano ancora aggiornarsi e preparare le lezioni del giorno dopo. Ebbene ecco la risposta: ogni docente è continuamente alla ricerca di nuovi metodi e di nuove idee per coinvolgere e interessare i propri studenti perché nulla è più frustrante del notare il disinteresse della classe mentre si spiega una lezione che ha richiesto ore di preparazione e nulla dà maggiore soddisfazione del vedere i propri sforzi riconosciuti e apprezzati. Un insegnante deve rimettersi in gioco continuamente, sapendo che i suoi studenti leggono nei suoi occhi quanto entusiasmo mette in ciò che fa.

Rivolgendosi ad un pubblico adulto si può contare sulla loro formale educazione che li porterà a fingere di ascoltare anche se non sono interessati, ma i ragazzi sono diversi, sono meravigliosamente spontanei e imprevedibili. Sono capaci di slanci e di entusiasmi inimmaginabili, ma possono diventare anche ostili e inclementi.

Gli insegnanti sanno bene che per svolgere efficacemente la loro azione educativa non basta conoscere la propria disciplina ed i principi pedagogici e didattici cui sottende, ma è necessario sviluppare abilità comunicative e relazionali in grado di creare un'atmosfera di reciproco rispetto e fiducia.

L'abilità nel gestire un gruppo di studenti si acquisisce con l'esperienza e richiede un apprendimento continuo perché nessuna classe è uguale a un'altra, ciò che funziona in una non funziona necessariamente nell'altra. La lezione non è mai statica, si crea un interagire continuo tra docente e discenti.

Paradossalmente, molti insegnanti, pur lamentandosi delle classi cosiddette “difficili”, ammettono di ritenerle maggiormente stimolanti. Riuscire a domare degli alunni ribelli è una sfida che mette a dura prova le capacità e la bravura del docente, il quale si sentirà spronato ad affinare le sue tecniche di insegnamento. Occorre dosare bene le proprie forze, però, perché un insuccesso può scatenare reazioni psicologiche imprevedibili. Mi è capitato di vedere insegnanti maturi e con anni di esperienza uscire da alcune classi con le lacrime agli occhi e un senso di dolorosa impotenza sul viso.

Insegnare suscita un'altalena di emozioni difficilmente comprensibili da chi non ha mai svolto questa professione. Pochi si rendono conto che il fallimento scolastico degli allievi può ingenerare un forte senso di frustrazione e di demotivazione nel docente, il quale a parole potrà anche riversarne la colpa sugli studenti ma proverà immancabilmente un profondo senso di sconfitta.

Non a caso la categoria degli insegnanti è tra le più colpite dalla sindrome del “burn-out” (letteralmente “bruciati, consumati”), uno stato di logoramento e di esaurimento psico-fisico a cui si arriva gradualmente e che trasforma l'iniziale entusiasmo e la dedizione al proprio lavoro in un insopportabile senso di inadeguatezza e di demoralizzazione. Lo stress, che inizialmente esercita un'azione stimolante, degenera fino a diventare un peso insostenibile. Gli effetti sono devastanti non solo per il docente ma per tutti quelli che lo circondano, compresi gli studenti.

Al giorno d'oggi il ruolo dell'insegnante è sempre più impegnativo e sempre meno “visibile”; oltre a dover affrontare i problemi logistici e burocratici di un settore considerato dai governi poco strategico e importante - non solo in Italia ma in tutti i paesi occidentali (e non a caso) - deve anche saper cogliere e convogliare efficacemente gli stimoli del mondo esterno, intuire le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie per integrare la didattica e i programmi ministeriali facendosi promotore di attività che consentano agli alunni di interagire in una realtà sempre più cosmopolita e complessa.

Per tutte queste ragioni chi affronta questa professione senza passione e senza amarla rischia di rimanerne stritolato. Non è vero che l'insegnante può permettersi il lusso di entrare in una classe e non fare niente, come accade in altri settori, gli studenti diventerebbero ingestibili. L'incubo di ogni docente è proprio quello di aver valutato male la durata della lezione e non aver previsto un'attività nell'ultimo quarto d'ora. I tempi devono essere minuziosamente calcolati altrimenti la lezione rischia di sfociare in una incontrollabile baraonda.

Chi sceglie di fare l'insegnante deve avere una personalità alquanto particolare. Di solito non è ambizioso ed è poco interessato a una affermazione professionale ed economica secondo i canoni dettati dalla società moderna, è spesso un anticonformista, un idealista e un sognatore, non misura il tempo da dedicare alla didattica, all'aggiornamento e a tutte le attività di contorno. Non smette di fare l'insegnante nemmeno durante il tempo libero, entra in una libreria di domenica e lì inconsapevolmente "lavora", trovando la traccia per il saggio che dovrà assegnare o per la lezione del giorno dopo, quando è in vacanza non resiste alla tentazione di entrare in quella particolare biblioteca o in quel museo perché sa che potrebbe trovare ispirazione e idee per le prossime lezioni, guarda un film e pensa a come potrebbe utilizzarlo per trasmettere un certo messaggio ai suoi studenti.

Per questo motivo è estremamente difficile quantificare le ore dedicate alle attività correlate all'insegnamento.

Ma una cosa è sicura, le ore cosiddette “frontali”, cioè quelle in cui si fa lezione in classe, non possono superare le 18-20 ore settimanali; questa media è stata adottata a livello mondiale perché è stato stabilito che reggere più a lungo lo stress, la concentrazione e la fatica mentale richieste da un'ora di lezione in classe potrebbe comportare conseguenze psicofisiche anche gravi.

“ Nell’ambito delle “helping professions” l'insegnamento è quella col maggiore carico emotivo: è questo uno dei suoi aspetti più affascinanti ma anche uno dei più gravosi e a rischio di disequilibrio psichico.” (Indire, “disagio mentale a scuola”)

Lo stesso lasso di tempo trascorso in un ufficio, in cui si può scambiare qualche parola con il collega, controllare la posta e lavorare tranquillamente al computer secondo i propri ritmi, non è lontanamente paragonabile a un'ora di insegnamento, incalzati da 25-30 studenti. Nemmeno i lavori che prevedono il contatto con il pubblico sono altrettanto estenuanti poiché sono solitamente ripetitivi e non necessitano di una particolare concentrazione o preparazione.

Posso affermarlo con cognizione di causa dato che prima di insegnare ho lavorato in società private e negli ultimi dieci anni sono stata “comandata” presso vari ministeri, dal Ministero Affari Esteri, al MIUR, alla Presidenza del Consiglio. Ho collaborato con i consiglieri diplomatici di diversi ministri, ho redatto memorandum d'intesa, ho partecipato a conferenze internazionali e preparato discorsi, ho viaggiato su voli di stato e fatto missioni all'estero. La maggior parte delle persone che conoscevo ritenevano che avessi fatto un salto di qualità mentre io mi sentivo profondamente insoddisfatta. Mi sembrava di svolgere un lavoro completamente inutile, scrivevo lettere che nessuno leggeva, redigevo documenti che finivano in polverosi classificatori, partecipavo a riunioni per uno “scambio di vedute” tra “decisori internazionali”, la cui organizzazione richiedeva tempo e denaro e che in realtà servivano solo a far fare delle vacanze pagate ai partecipanti.

Era divertente il contrasto tra chi, dal di fuori, immaginava che l'attività fervesse negli uffici, specie in quelli della Presidenza del Consiglio, mentre la maggior parte dei dipendenti passava il tempo a chiacchierare accanto ai distributori automatici di bevande o a giocare a carte al computer. All'uscita, si formavano capannelli di impiegati annoiati che, prima di timbrare i badge, attendevano che trascorressero i minuti necessari per aver diritto al buono mensa. Occupare 36 ore settimanali in questo modo può diventare monotono e demotivante, faticoso certamente no.

Ho provato anche ad insegnare all'Università, ma il rapporto con gli studenti è asettico e impersonale, non si riesce a conoscerli personalmente o a monitorare i loro progressi, in poche parole non si ha l'impressione di contribuire alla loro formazione e alla loro crescita.

Per me l'insegnamento nella scuola rimane il mestiere più stimolante e appagante che possa esistere e devo ammettere che, a fronte di una scarsa considerazione da parte dell'opinione pubblica e di una remunerazione modesta, offre diversi benefici, tra cui quello di poter organizzare il proprio tempo lavorativo - al di fuori delle canoniche 18 ore - in libertà. Anche se questo sistema comporta inevitabilmente una “solitudine lavorativa” cui si connette una scarsa visibilità sociale di una parte significativa del proprio lavoro.

D'altronde, questo metodo sta prendendo sempre più piede ed è già stato adottato da diverse ditte private perché è stato dimostrato che i dipendenti rendono di più quando sono responsabilizzati e si autogestiscono ma soprattutto perché questo sistema permette di risparmiare sui costi di gestione.

Per poter attuare il “sogno” del Ministro Profumo, di una scuola sempre aperta con insegnanti in servizio a tempo pieno, sarebbe infatti necessario un drastico adeguamento delle strutture scolastiche.

In molti paesi i docenti sono tenuti ad effettuare le attività aggiuntive all'interno della scuola ma hanno a disposizione una propria scrivania con computer e stampante, spesso anche una propria stanza, e gli edifici sono sempre dotati di mensa e bar. Inoltre, le retribuzioni sono proporzionate alle ore lavorate.

Diciamoci la verità, in Italia ha fatto comodo conteggiare solo le 18 ore di lezione frontale per giustificare uno stipendio inadeguato alle responsabilità e all'impegno che tale professione richiede.

“Fra le cause del “mal di scuola” dell'insegnante ve ne sono alcune, importanti, tra cui la scarsità della retribuzione e del riconoscimento sociale e l’oggettiva complessità delle situazioni in cui opera.

(http://www.indire.it/ccs/wp-content/uploads/2012/02/Pelli.pdf*

Eppure gli altri lavoratori ci considerano dei privilegiati e ci invidiano, e non posso dar loro torto.

Noi non faremo carriera, non avremo prestigio sociale, non riceveremo lauti stipendi ma abbiamo il raro e impareggiabile privilegio di assistere e partecipare alla crescita di giovani individui. Ciò che noi doniamo loro in sapere, ce lo restituiscono centuplicato trasmettendoci un po' della loro spontaneità, dell'entusiasmo, della freschezza e della genuinità che noi abbiamo perso diventando adulti. Ci permettono di riprovare le sensazioni della nostra adolescenza e di sentirci ancora giovani. Ci fanno arrabbiare, ridere, ci esasperano e ci divertono, a volte ci fanno indignare, a volte ci commuovono, con loro non ci si annoia mai e nessun giorno è uguale al precedente.

Quale altro lavoro offre altrettanto?

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