Calcio contro anti-calcio. Un’intervista a Sandro Modeo.

Un’intervista a Sandro Modeo

articolo tratta dal sito www.minimaetmoralia.it

La rubrica sul calcio del lunedì è dedicata al Barcellona: Daniele Manusia intervista Sandro Modeo, autore di «Il Barça» e «L’alieno Mourinho» (Isbn Edizioni). Qui trovate tutti gli articoli di «Stili di gioco».

di Daniele Manusia

La semifinale di ritorno di Champions League tra Barcellona e Chelsea è un enigma calcistico. Come può una squadra che tiene palla per più dell’ottanta per cento del tempo, in vantaggio di due gol, in undici contro dieci, a cui viene persino fischiato un rigore a favore, farsi eliminare da un’altra che non ha fatto praticamente altro che difendersi? Sfortuna? Ingiustizia? Cosa è successo alla squadra più forte del mondo, capace di perdere, nel giro di quattro giorni e sempre davanti al pubblico del Camp Nou, la sfida scudetto con il Real Madrid di Mourinho ed uscire poi dalla Champions League in questo modo? Il Barcellona è amato per il suo atteggiamento offensivo, spettacolare e vincente la maggior parte delle volte – ultima manifestazione di quella tradizione calcistica chiamata Calcio Totale – ma come interpretare il caso in cui sia più vincente (e a suo modo anche spettacolare, vedi il triangolo Ramires-Lampard-Ramires) l’atteggiamento opposto?

Le stesse ragioni per cui ad alcuni sembrava assurdo che il Barcellona fosse uscito sconfitto dalla doppia sfida col Chelsea, servivano però ad altri per convalidare la tesi opposta: il vero calcio è questo, fatto di verticalizzazioni rapide e organizzazione difensiva, attaccanti capaci di sopportare il peso di tutta la squadra sulle spalle e, all’occorrenza, trasformarsi in terzini come Drogba. Anzi, il gioco del Barcellona alla lunga è arrogante, presuntuoso, un’anomalia.

Per chiarirmi le idee su questa querelle il cui scopo sembra quello di definire una volta per tutte quale sia il calcio e quale l’anti-calcio, ho pensato che la cosa migliore fosse chiedere a Sandro Modeo, che sul Barça e Mourinho ha scritto i due libri di calcio più belli e importanti che io abbia letto (e che, nei suoi pezzi per il Corriere, applica lo stesso metodo multidisciplinare per analizzare Proust o Dante). Avevo il suo numero da tempo ma non me la sono sentita di chiamarlo, fino ad ora. Ho scritto il primo pezzo calcistico di questo blog prendendo molto dal suo libro sul Barcellona di Guardiola e il Calcio Totale, in generale è stato sopratutto grazie a lui se ho pensato che fosse possibile scrivere di calcio in maniera interessante e intelligente. Il nostro scambio è avvenuto prima che Guardiola annunciasse il proprio addio ed è andato così:

Siamo a un punto di svolta o addirittura la fine di un ciclo come alcuni commentatori dicono? O le ragioni tecniche e tattiche bastano a spiegare la sconfitta di ieri? Guardiola è stanco?

La sensazione – che avevo già prefigurato nel libro – è che l’onda del Barcellona di Guardiola sia arrivata al punto più alto a Wembley (finale col Manchester), anche se vi è rimasta per tutto il 2011, cioè fino alla vittoria del Mondiale per club (4-0 contro il Santos), dopo la Supercoppa di Spagna in agosto contro il Real, la Supercoppa europea contro il Porto (2-0) e il Clasico di andata al Bernabeu (1-3). La doppia caduta di questi giorni (Clasico di ritorno e eliminazione Chelsea) si spiega facilmente osservandola in “lunga durata” e con un po’ di sano riduzionismo, ricorrendo alla fisiologia e alla psicologia più che alla tecnica e alla tattica. Mi sembra abbiano inciso tre sequenze. La prima, una programmazione atletica mirata al top della forma proprio per dicembre (come già nel 2009-2010, guarda caso altro anno di sofferenza). La seconda: un’impressionante continuità in Liga per il tentativo di rimonta sul Real (11 vittorie consecutive) che avrebbe inevitabilmente mostrato il conto. La terza: una condensazione di impegni (tre partite in sei giorni: Chelsea-Clasico-Chelsea) insostenibile in assoluto, ma tanto più in rapporto alle due sequenze precedenti. Per inciso, l’inadeguatezza (eufemismo) della Federazione spagnola lascia esterrefatti, col Clasico di ritorno calato come una mannaia tra le due semifinali di Champions, ben sapendo (ad agosto 2011) che il tasso di probabilità di vedervi coinvolte Real e Barça era molto alto. Infatti, il Clasico è stato letale per tutti e due, condizionando sia l’andata di Champions (con le due squadre che cercavano, in maniera diversa, di “risparmiare” in vista del Clasico) che il ritorno (con le due squadre meno reattive non solo per la fatica, ma anche se non soprattutto – nel caso del Barça – nella soglia attenzionale). Con un distinguo: Il Real ha avuto un giorno in meno di recupero nell’andata a Monaco, ma un giorno in più sia per il Clasico, che per il ritorno col Bayern.

Tutto questo, inoltre, va collocato in un quadro di condizionamento più generale. Da un lato, il Barça ha scontato un appagamento da successo e un conseguente abbassamento di motivazione/attenzione. Dall’altro, la rivalità Real-Barça (Mourinho vs. Guardiola) per una leadership nazionale che equivale in realtà a una leadership mondiale (tipo NBA anni Ottanta, Lakers-Celtics) ha logorato i contendenti in profondità negli ultimi due anni: il Clasico di ritorno ne è stato il punto di condensazione (tanto che mentre Real e Barça davano il massimo, sia Bayern che Chelsea, tagliati fuori da Bundersliga e Premier, lasciavano a riposo otto titolari).

Ho l’impressione che la sconfitta di ieri pesi di più rispetto a quella con il Real. La superiorità era tale che quasi tutti parlano di “ingiustizia” anziché analizzare i limiti di quel gioco che costringe qualsiasi avversario a difendersi in quel modo (la fase offensiva ovviamente dipende dalla qualità degli avversari).

I limiti del gioco del Barça sono inseparabili dai suoi pregi, sono cioè intrinseci: anche se nel rapporto costi/benefici (sia a livello estetico che di risultati) mi pare che il sistema paghi. Non si tratta in ogni caso di ingiustizia: per quanto mi riguarda, il calcio totale (di cui il Barça è l’espressone più recente) ha sempre “l’onere della prova”: non deve mai cercare alibi, ma dimostrare di essere all’altezza fattuale del proprio presupposto concettuale. Se un sistema attendistico-difensivo ha la meglio, significa che quello costruttivo-offensivo ha mancato in qualcosa: in attenzione, in continuità di azione, in messa a fuoco dei propri principi di gioco, in velocità di esecuzione, in capacità di variare le soluzioni, in prevenzione della ripartenza avversaria. Sulla realizzazione deficitaria di tutto questo, incidono diversi fattori, a partire da quelli elencati sopra, siano contingenti o “in lunga durata”.

È giusto dire che lo stile del Barça nasce da una volontà di controllo, un dominio che idealmente dovrebbe cancellare del tutto ogni iniziativa avversaria? Dico questo perché l’antitesi calcio/anti-calcio mi sembra semplicistica, che se gli avversari del Barça giocano in quel modo è perché non hanno scelta. L’idea di calcio del Barça è a una porta sola? E se lo è, non è assolutamente innaturale?

Intanto, “controllo” e “dominio” non sono sempre sinonimi. Le squadre di Mourinho esercitano spesso il “controllo” anche con un ferreo gioco senza palla. Il “dominio” presuppone invece, come nel caso del Barça, il possesso esercitato come premessa della propria azione e come prevenzione di quella avversaria: ma se non è adeguatamente integrato da altre componenti in fase di non-possesso (pressing e fuorigioco) è un “dominio” che può perdere il “controllo”. Quanto all’idea di calcio “a una porta sola”, le squadre di calcio totale sanno bene che la loro tensione implicita (un teorico possesso al 100%) è una specie di “utopia regolativa”: il loro scopo è addomesticare il caso, ridurre (non annientare) l’incidenza dell’imprevedibile. Questa tipologia di gioco è “innaturale” nel senso di controintuitiva: è molto più intuitivo disporsi in maniera classica a “contenere e ripartire” (con variabili, s’intende, pressoché infinite).

Nei miei pezzi su Ibrahimović e il Barça ho cercato di rappresentare il loro contrasto come quello tra un uomo con i pregi e i suoi difetti e un’idea platonica di calcio, il Calcio Totale, appunto. Quest’idea non ha finito per diventare una specie di ideologia? Lo spirito di libertà con cui sembrava giocare il Barcellona di Guardiola fino a qualche tempo fa sembra perso, quella leggerezza che li distingueva dagli avversari – che faceva sembrare anche il primo Real Madrid di Mourinho una “struttura rigida e impotente”, e mi perdoni se la cito – non è più così evidente, o sbaglio?

Il Barça “quantistico”- per stare alla metafora del mio libro- lo si può vedere nei momenti di stato di grazia, quando condizione atletica. Motivazione e attenzione sono al top: vedi la “manita” al Real o la finale di Wembley, o vedi- quest’anno- certi momenti perimetrati, come in Barça-Bilbao 2-0, contro una squadra e un tecnico, tra l’altro, per molti aspetti non distanti dalla filosofia di Guardiola. Dico filosofia non a caso: più che un’idea a rischio di degenerare in ideologia, l’atteggiamento di Guardiola o Bielsa (e di Sacchi in passato, in parte anche di Zeman) aderisce a un diverso atteggiamento “cognitivo”: proporre anziché rispondere, costruire anziché ostruire, creare anziché distruggere. In tutto questo, esprimo una preferenza che si guarda bene dal criminalizzare l’atteggiamento opposto: anzi, come dicevo, per una squadra offensiva un sistema difensivo altamente efficiente è un sfida, una verifica delle proprie forze e del proprio grado di elaborazione del gioco. Contro il Real successivo alla “manita”, il Barça- tranne forse che nella semifinale Champions di andata dell’anno scorso e nel Clasico di andata di quest’anno- ha sempre faticato, perché l’ “ordo geometrico” di Mourinho (molto meno difensivista di quanto reciti il luogo comune) è riuscito a inibirne la fluidità-velocità negli spazi e nei tempi di gioco.

A proposito, cosa è cambiato nel Real di Mourinho?

Come sempre, le squadre di Mourinho arrivano a maturazione nel secondo anno, anche se spesso i risultati arrivano già nel primo (scudetti con Porto, Chelsea, Inter, la stessa Coppa del Re al Real). A Madrid questo sviluppo è stato più difficile, in un ambiente in cui in generale Presidenti e giocatori contano storicamente molto più dei tecnici, e in particolare ha dovuto gestire la tensione tra gruppo spagnolo e gruppo portoghese del team. In ogni caso, specie tra ottobre e febbraio, abbiamo visto un Real essenziale ed efficace come poche altre squadre, che alternava fasi di possesso e altre in cui risplendevano l’arte e la scienza della ripartenza (della transizione).

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